La Conversione di Van Yannick Doris Camara

Alla nascita mi hanno chiamato N’Faly Camara. Dopo la mia conversione al cristianesimo ho preso il nome di Van Yannick Doris Camara.

Come ogni altro bambino sono nato in una famiglia con un papà e una mamma, ma disgraziatamente non ho mai conosciuto mio padre. È morto quando io avevo solo due anni e, secondo mia mamma, dopo la sua morte, la sua famiglia ci hanno messo alla porta, io, mia mamma e il mio fratellino di sei anni. Mia madre ci ha condotti a Matoto (mercato importante di Conakry) presso una sua amica, la quale pure non aveva molte possibilità economiche. 

Ed allora il nostro calvario è cominciato! Non avendo mezzi, questa amica della mamma fin dall’inizio ci ha mandati lungo la strada a mendicare, mentre lei si sbrogliava per guadagnare il necessario e completare quanto occorreva per la nostra sopravvivenza. Dopo tre anni di questa vita, mia madre ha avuto una malattia che oggi ancora ignoro, perché lei ha sempre rifiutato di dirci di che cosa soffrisse. Non aveva più forze per andare al lavoro. Mio fratello ed io eravamo obbligati a penare molto per trovare il cibo per noi e le medicine per la mamma.

Io iniziavo a diventare grande e vedevo gli altri bambini andare a scuola. Domandavo a mia madre perché non potessi anche io andare a scuola. Ogni volta mia madre mi rispondeva che non era colpa sua se lei non aveva i mezzi necessari e che erano la natura e Dio che avevano voluto che le cose andassero così. Non capivo nulla delle risposte di mia madre, perché ero troppo piccolo. Pensavo solo che anch’io avevo il diritto di andare a scuola come tutti gli altri. Allora ho cominciato a trascurare la ricerca dei mezzi per la sussistenza sul bordo della strada e passavo non poco tempo sotto la finestra della scuola pubblica, che era accanto a casa nostra, ascoltando quanto il maestro insegnava ai bambini della mia età. Qualche volta mia madre mi ha sorpreso accanto alla scuola. Mi sgridava dicendomi: “Perché lasci che tuo fratello vada da solo a cercare il necessario per la nostra sopravvivenza? Non vedi che io sono malata e che non posso aiutarvi a trovare il cibo necessario? A volte mi ha anche picchiato perché andassi al mercato di Matoto a mendicare con mio fratello. Allora avevo appena cinque anni e mi era difficile capire perché noi non avessimo i mezzi per vivere come gli altri bambini.

La mia vita divenne ancora più complicata l’anno seguente. Era il giorno della proclamazione dei risultati scolastici nella scuola accanto a casa nostra e mia madre era gravemente ammalata. La notte precedente la proclamazione, la mamma ci ha domandato di partire molto presto al mattino dopo alla ricerca di soldi per comperare i suoi medicinali. Io, invece di andare a domandare l’elemosina per le medicine della mamma, sono andato ad assistere alla proclamazione. Mio fratello è partito solo a mendicare. L’amica di mia madre è passata accanto alla scuola. Quando mi ha visto, ha cominciato a farmi rimproveri dicendomi: “Tu, tua mamma sta morendo e, invece di andare a cercare soldi per comperare le sue medicine, tu rimani là a divertirti”. Mi ha preso e mi ha condotto di forza per mostrarmi lo stato di salute di mia madre. Quando siamo arrivati accanto a lei, mia madre era agonizzante. Parlava con una voce molto bassa, senza forza. Vedendomi, è scoppiata in lacrime e ha cominciato ad arrabbiarsi e a maledirmi dicendo: “Tu non avrai fortuna nella vita; una volta che ci sarà una benedizione dinnanzi a te, passerà senza che tu la possa cogliere”. I presenti la supplicavano di perdonarmi. Mio fratello è arrivato con qualche medicina. Ma ormai era troppo tardi. Mia madre era agli estremi. Essa ha fatto un gesto per mostrare che era contenta di mio fratello maggiore, ma non poteva più parlare. Qualche ora dopo ha reso l’anima e mi ha lasciato nel dubbio quanto al perdono o alla maledizione che pesava su di me. In quel momento io non soffrivo troppo. Piangevo perché mia madre era morta, ma non sapevo ciò che sarebbe successo poi. È dopo la sepoltura del corpo della mamma, che ho cominciato a sentire che non avevo una famiglia. Disgraziatamente non avevo mai conosciuto la famiglia di mia madre e ancora oggi non conosco né zii né zie materne. Dopo la morte di mia madre la mia storia è cambiata.

La famiglia dell’amica di mia madre ha deciso di affidarci ad alcuni dei suoi membri. Così, mi sono ritrovato a Sobanet, dopo essere stato affidato al fratello dell’amica di mia madre, M. Mounir Bangoura. Ero così piccolo, avevo appena sei anni allora, che non capivo le realtà della vita. Arrivando a Sobanet, sono stato affidato ad una vecchia signora che mi ha accolto in casa sua. Non so quale fosse la relazione di questa donna con la famiglia del mio nuovo tutore. Cominciai a vivere una vita normale come gli altri bambini africani poveri.

Ma la mia vita è cambiata perché accanto a casa nostra c’era una scuola. In un orfanotrofio, fondato da un bianco italiano, la scolarità era gratuita e davano un pasto ogni mezzogiorno. Allora mi hanno messo a scuola. Ho cominciato con la scuola materna e sono avanzato fino al termine della scuola elementare. Era il fondatore dell’orfanotrofio che ci dava tutto l’occorrente, salvo le forniture scolastiche. Queste le ricevevo grazie alla mediazione di un amico orfano dell’orfanotrofio (Honoré Louis Loua). È lui che perorava la mia causa perché potessi avere le forniture necessarie. Grazie a lui, ho potuto finire la scuola elementare senza problemi. Vorrei anche precisare una cosa a proposito dei miei studi elementari: ho avuto la fortuna di figurare tra gli allievi più brillanti della scuola e sono stato il primo nella prefettura di Boffa. Il mio amico è poi andato a perorare la mia causa presso il fondatore dell’orfanotrofio, perché ormai dovevo fare 14 Km (7 all’andata e 7 al ritorno) per frequentare il collegio, poco lontano dalla casa della mia famiglia adottiva. Il responsabile dell’orfanotrofio, che ringrazio molto, mi ha fatto chiamare insieme alla vecchia signora presso cui alloggiavo, per darmi una bicicletta e mi ha molto incoraggiato ad applicarmi agli studi. In questo modo uno dei miei problemi era risolto. Ma il non poter più prendere il pasto di mezzogiorno all’orfanotrofio è diventato una vera ossessione per me, perché durante i sette anni passati all’orfanotrofio, avevo beneficiato del pasto di mezzogiorno e dell’acqua potabile. Andare al collegio a 7 Km dal villaggio senza mangiare era un sacrificio enorme. E a casa noi eravamo molto numerosi, ed era imperativo essere presenti al momento in cui il pasto era servito. Mangiavamo in effetti una volta al giorno, alle 16. Nel caso perdessi questo pasto, dovevi aspettare le ore 16 dell’indomani per poter mangiare qualche cosa. Per un anno ho vissuto questo calvario. Non voglio abbandonare questa pagina senza dirvi che noi dormivamo “in serie” (gli uni dopo gli altri), perché la nostra casa era troppo piccola e non c’era spazio per tutti. Alle volte mi sentivo stanco in classe e il sonno aveva il sopravvento. Tuttavia non ho mai perduto il primo posto della mia promozione. La vita era difficile. Presi anche una malattia all’orecchio sinistro, a causa della quale, per mancanza di cure, ho quasi perduto l’udito da questo lato.

La terza parte della mia vita è cominciata nell’ottobre del 2016, quando per la prima volta ho incontrato il Salvatore del mondo Gesù Cristo. Su questo ho molte cose da dire perché il cammino di Dio è molto vario e pieno di sorprese.

La storia comincia quando il fondatore dell’orfanotrofio della MDE ha deciso di cedere la sua opera alla Compagnia di Gesù (ai padri gesuiti). Sobanet era sotto lo choc della partenza del fondatore dell’orfanotrofio. Per me, la disgrazia altrui è diventata la mia fortuna. L’équipe che è venuta a prendere la successione del fondatore era composta da un prete italiano (P. Dorino Livraghi sj) e da un laico ruandese (Damascene Van Hitimana), che sono attualmente i miei due parenti adottivi.

Io sono nato in una famiglia mussulmana, sono cresciuto nell’Islam e mi era stato insegnato che l’Islam è la sola religione del vero Dio nel mondo. L’arrivo della nuova équipe alla guida dell’orfanotrofio di Sobanet ha rinforzato la presenza cristiana e il suo impatto nella regione. Ci sono stati molti rumori che hanno circolato intorno alla venuta dei Gesuiti. Sarebbero venuti per cristianizzare il villaggio. Allora siamo stati messi in guardia, soprattutto noi giovani. Ci è stato detto di diffidare degli stranieri venuti per seminare disordine nel villaggio.  In quel momento non pensavo che io stesso sarei stato toccato dal Cristo. Da noi circola un adagio: “Tu conosci il tuo presente, ma il tuo futuro appartiene a Dio”. I due stranieri hanno cominciato il loro lavoro, hanno mantenuto la gratuità della scuola elementare e hanno aperto le due prime classi del collegio, la 7^ e l’8^. A quell’epoca, nel villaggio, molti mussulmani non volevano mandare i loro bambini in questa scuola perché temevano che si cercasse di convertirli al cristianesimo.

Un’altra cosa che ha scoraggiato la gente del villaggio è stato il fatto che, a partire dal secondo anno, la scuola ha cessato di essere gratuita. La gente era abituata alla gratuità e si è attribuito questo cambiamento alla nuova équipe responsabile della guida dell’istituzione.

In questa situazione io navigavo ‘nelle nuvole’ e non sapevo che pensare. Mi ricordo che ho fatto una preghiera dicendo: “Dio, se tu, il Dio dei cristiani, tu sei il vero Dio, che ascolta le preghiere dei bambini, benedicimi e che la mia vita cambi. Se tu mi liberi dalla maledizione di mia madre che pesa su di me, accetterò che tu, il Dio dei cristiani, tu sei il vero Dio”.

A quell’epoca io non conoscevo nessuno della nuova equipe dirigente. Non so come le cose si siano svolte. Penso che sono stati i miei amici dell’orfanotrofio, che hanno raccontato la mia storia al nuovo amministratore, che ha poi cercato di incontrarmi. Attraverso i miei amici mi ha fatto chiamare perché andassi a vederlo. Non mi conosceva e neppure io lo conoscevo. Quando sono arrivato da lui, mi ha posto molte questioni sulla mia vita e io gli ho raccontato tutto. Alla fine mi ha chiesto se accettavo di venire a vivere nell’orfanotrofio con gli altri. Per me la risposta è stata subito “Sì”. Ma lui aveva qualche reticenza e mi ha chiesto di dire al mio tutore di andare ad incontrarlo. In questo momento ho cominciato a pensare che la preghiera che avevo fatto “alla leggera”, stava diventando realtà. Sono rientrato a casa. Due settimane più tardi, preparandomi ad andare a Sobanet per l’apertura dell’anno scolastico, ho parlato al mio tutore e gli ho trasmesso il messaggio dell’amministratore dell’orfanotrofio, il laico ruandese. Il tutore mi ha chiesto come avevo conosciuto queste persone. Sentendo in me molta gioia, ho cercato di convincere il mio tutore a venire soltanto ad incontrarlo. L’indomani, il mio tutore e io siamo andati ad incontrare l’amministratore nel suo bureau. Quando siamo arrivati, M. Damas ha ringraziato il mio tutore per aver così bene preso cura di me, gli ha detto che era stato molto toccato dalla mia storia e che voleva aiutarmi anche se non disponeva di molti mezzi. Avrebbe fatto il possibile per me. La prima domanda che ha posto al mio tutore fu questa: “Accetterete voi, se prendo il vostro figlio all’internato, che segua le regole e le norme della nostra casa?” Tra queste regole e norme c’è quella che esige che tutti gli interni devono vadano in chiesa. Su questo punto, pensavo nel mio cuore che il mio tutore non avrebbe accettato e anch’io, secondo quanto mi era stato insegnato. Non era possibile abbandonare l’Islam per entrare nella comunità Cristiana. L’amministratore ha detto anche che i Gesuiti non erano venuti per cambiare la religione delle persone, ma che occorreva stabilire un certo ordine tra i bambini dell’internato. Nel regolamento dell’internato c’era questa norma: che tutti frequentino la chiesa, senza che questo significhi la conversione al Cristianesimo. Una totale libertà è lasciata loro. Ciascuno sceglie quello che gli conviene. Il mio cuore batteva forte perché pensavo che il mio tutore non avrebbe accettato che io entrassi nella chiesa. È allora che ho capito che il Signore segue cammini diversi per ottenere quello che vuole. Con mia grande sorpresa, il mio tutore ha detto: “Da quando l’ho preso a casa mia, dopo la morte di sua mamma, nessuno ha mai manifestato il desiderio di aiutarlo e di proteggerlo”. E ha aggiunto che lui, mussulmano di nascita, non ha mai visto nessuno, nell’Islam, fare del bene a qualcuno senza un secondo fine. Ha detto allora che non vedeva nessun inconveniente a che io venissi nell’orfanotrofio. E mi ha chiesto il mio parere. Ho sussultato di gioia dicendo: “Sì”. Ma nel fondo del mio cuore sapevo che era a causa della preghiera che avevo fatto nel momento in cui i saggi del villaggio ci dicevano di diffidare della nuova équipe di cristiani che era venuta ad animare l’orfanotrofio. Senza tardare l’amministratore mi ha dato una cartella e il tutore gli ha detto: “Ti affido il mio bambino perché tu sei un uomo buono. Noi ti saremo riconoscenti per tutto quello che farai per lui”.

Io sono il n° 10

Sono rientrato a casa con il mio tutore, ho raccolto le mie cose e sono tornato pieno di gioia all’orfanotrofio. La prima sera sono stato presentato al Direttore Generale, il P. Dorino Livraghi sj, che mi ha dato la sua preghiera di benedizione. In quel momento è stato come se fossi stato alleggerito di un fardello pesantissimo che portavo sulla mia schiena. Ho provato una gioia immensa perché la sofferenza della mancanza di cibo, del dormire ‘in serie’ e tutti i miei incubi erano terminati. Ho cominciato ad andare a pregare da solo nella cappella dell’orfanotrofio, dapprima discretamente, per paura di essere visto dai miei amici mussulmani. Ma, dopo una settimana, ho cominciato a testimoniare dei miracoli ricevuti da Gesù Cristo e non avevo più nessuna vergogna di mostrare a tutti che frequentavo la chiesa cristiana.

Non terminare senza testimoniare anche delle grazie ricevute dopo il mio ingresso nella chiesa cristiana. Prima avevo delle insonnie e degli incubi terribili. Sono andato nella cappella della comunità, mi sono inginocchiato davanti alla croce di Gesù e gli ho chiesto di liberarmi dall’insonnia e dagli incubi(io pensavo che fosse a causa di mia madre, che mi aveva maledetto prima di morire). Dopo aver fatto la mia preghiera, mi sono alzato e ho raggiunto gli altri nell’attesa della celebrazione della messa del pomeriggio con P. Dorino. Durante la messa, al momento delle intenzioni di preghiera, dentro di me ho detto al Signore: “Se sono qui perché tu lo hai voluto, liberami dal male che mi opprime dalla mia infanzia”. Fu la prima bella notte, che non dimenticherò mai durante tutta la mia vita. Mi sono addormentato come un neonato e non ho avuto più incubi fino ad ora.

Da allora ho capito che il Signore mi chiamava a seguirlo e la mia vita ha cambiato radicalmente, i miei pensieri e i miei modi di fare, tutto è cambiato. Ho cominciato a vivere il vero amore dei miei amici all’internato, anche con l’équipe della direzione generale, che visibilmente mi voleva bene.

È stato allora che i membri della mia famiglia paterna, che non si erano mai interessati a me dalla mia infanzia, avendo saputo che cominciavo a frequentare la chiesa cristiana, mi hanno mandato dei messaggi, proibendomi di mettere i piedi in chiesa. Ma io ormai avevo deciso e non li ascoltai. Una domenica, quando stavo andando verso la chiesa, a circa 1 Km dall’orfanotrofio, hanno mandato uno dei fratelli minori di mio padre per impedirmi di andare alla chiesa. Io non sapevo che sarebbe venuto. All’uscita dall’orfanotrofio, al momento di avviarmi, mi ha fermato e mi ha detto di sedermi accanto a lui, che io non dovevo andare alla chiesa, e che, se per stare all’internato io dovessi diventare cristiano, allora avrei dovuto partire con lui. Mi sono messo a piangere. Alla fine della celebrazione, quando i miei amici sono tornati all’orfanotrofio, il giovane fratello di mio padre m’ha detto di rientrare con loro, di prendere le mie cose e di raggiungerlo al fine di partire con lui. Mi ha detto che, arrivato nella famiglia di mio padre, mi avrebbero mandato in un villaggio dove non avrei più visto né biciclette, né moto, né macchine e che avrei studiato in una scuola coranica.

Rientrato nell’orfanotrofio, ho raccontato tutta la storia all’amministratore. Mi ha detto che avrebbe chiamato il mio tutore per parlare con lui di questa situazione. Quando l’ha chiamato, il tutore non era a casa. Tutto quanto stava succedendo avveniva a sua insaputa, perché lui era in viaggio a Conakry. Al telefono ha detto all’amministratore di custodirmi attentamente all’interno dell’internato fino al suo rientro. Nel mio cuore, cominciavo ad avere dei dubbi riguardo alla mia preghiera e di Gesù Cristo, al quale ogni volta domandavo di proteggermi dal male della mia famiglia. Dopo tre giorni il mio tutore è tornato da Conakry ed è venuto a vedermi all’internato. Non ha accettato discussioni su di me. Al contrario, ha detto all’amministratore che “nessuna persona aveva il diritto di venirmi a destabilizzare senza prima passare da lui, e ha aggiunto che non capiva perché erano venuti a disturbarmi, visto che dalla mia più tenera infanzia, non si erano mai interessati a me, nemmeno per avere qualche notizia.”

Da quel giorno, nonostante, ciò che gli altri potevano dire di me, frequentavo la chiesa senza problemi, fino a quando uno dei membri della famiglia di mio padre è morto. Al 40° giorno, al momento di fare la cerimonia del lutto, anche suo figlio è morto. Lo hanno sepolto e al 40° giorno, un’altra bambina della stessa famiglia è deceduta. È allora che le mie angosce si sono ridestate. I membri della famiglia si sono riuniti per cercare la causa dei decessi ripetuti e sono giunti alla conclusione che era a causa mia: era perché ero divenuto cristiano che la disgrazia colpiva la famiglia. Hanno deciso di venirmi a prendere con la forza per andare a fare un sacrificio. Il P. Dorino, Damas e il mio tutore hanno rifiutato che io partecipassi a quella cerimonia, perché in realtà era la mia persona che volevano offrire in sacrificio. Da quel giorno mi è stato proibito di uscire dall’internato e anche di andare alla messa al villaggio. E ogni volta che uscivo ero protetto perché non si sapeva da che parte il male potesse venire. Una settimana dopo, l’amministratore ha deciso di accompagnarmi fino dalla famiglia di mio padre senza avvertirli. Quando siamo giunti, nessun membro della famiglia ha voluto salutarmi o toccarmi. Il fratello più piccolo di mio padre, che era fuori, quando mi ha visto è rientrato in casa e non ne è più uscito e i miei cugini che erano fuori sono venuti a gridare intorno alla macchina, chiamandomi con il mio nome di bambino N’Faly. Da allora ho capito che la mia vita era in pericolo e mi sono concentrato su me stesso, aggrappandomi a Gesù Cristo Salvatore del mondo.

Due settimane dopo hanno ancora cercato di avermi con loro passando attraverso un altro zio, un imam, che vive a Conakry. Ha chiamato l’orfanotrofio dicendo che se io non partecipavo all’avvenimento della liberazione della nostra famiglia, dieci giorni dopo, ci sarebbe stato un altro lutto. L’amministratore ha risposto dicendo: “Se vogliono che io partecipi, è necessario che prima andiamo alla polizia e alla gendarmeria, a chiedere che ci diano una scorta, che ci accompagni alla cerimonia”. Il mio zio imam ha categoricamente scartato questa idea dicendo che il problema ero io, perché avevo tradito la famiglia. In questo momento ho capito che il sacrificio che volevano fare era quello della mia persona.

Questi fatti sono avvenuti tra aprile e giugno del 2017, nel momento in cui ci si preparava a partire per le grandi vacanze. Di solito gli orfani raggiungono le loro grandi famiglie di origine. Per me, mi domandavo: “Dove potrei andare a fare le mie vacanze?” Una sera l’amministratore è venuto a comunicarci il luogo delle nostre vacanze. Arrivato a me, mi dice che sarei andato a Guékédou, presso un prete peuhl. Questo prete, originario di una famiglia al 100% mussulmana, aveva un papà che era imam. Fui contento di andarci, ebbi l’occasione di condividere con lui le sue esperienze e mi ha aiutato spiritualmente. Ne sono tornato irrevocabilmente deciso a servire Dio fino alla fine della mia vita.

Quando, in settembre, sono rientrato a Sobanet, ho saputo che l’équipe direttrice dell’orfanotrofio doveva partire, avendo finito il suo mandato di due anni. Mi sentii molto triste perché nella mia testa capivo che anche per me tutto poteva finire. Io infatti non ero iscritto nella lista degli orfani; ero stato solo affidato all’amministratore dell’orfanotrofio. La sua partenza e quella di P. Dorino potevano significare che non c’era più posto per me all’orfanotrofio.

Sono ancora andato a pregare e ho chiesto al Signore di aiutarmi a risolvere questa situazione. Come già ho detto, Dio ha mille cammini. Da un lato avevo paura, ma dall’altro avevo fiducia in Gesù che non mi aveva mai abbandonato. Ho preso contatto con il mio tutore, a cui ho parlato della situazione. Mi ha invitato a pazientare mentre avrebbe cercato una soluzione. Il tutore ha preso contatto con M. Damas, l’amministratore, per raccontargli quanto succedeva all’internato dopo la sua partenza. Visto che la mia vita era in pericolo e che il mio tutore non poteva nulla per proteggermi contro la famiglia di mio padre, che mi accusava di averla tradita, la sola soluzione era quella di lasciare il paese. Damas e P. Dorino mi hanno aiutato ad ottenere un passaporto e un biglietto aereo, e sono partito per il Rwanda. L’ sono stato accolto dalla famiglia di M. Damas e sono stato iscritto nella scuola privata per i preti diocesani, il piccolo seminario.

Mi trovo ora all’internato Sainte Marie Reine. Mi sento a mio agio. La famiglia che mi accoglie mi vuole molto bene e mi dà tutto il necessario per facilitare la mia riuscita scolastica. Ringrazio molto P. Dorino e M Damas che continuano a sostenermi nei miei bisogni scolastici e personalmente vorrei terminare la mia storia con queste parole del Vangelo: “Cercate innanzitutto il Regno dei Cieli e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù”.

Attualmente mi preparo a celebrare il mio battesimo nel novembre prossimo. Avrò l’occasione di testimoniare delle meraviglie di Dio. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito alla mia riuscita. Che il Signore li colmi di gioia e delle sue benedizioni.

Vostro figlio che vi vuole tanto bene

Van Yannick Doris Camara

NB: vorrei aggiungere perché ho scelto questi nomi:

–             Van, in ricordo dell’amministratore Damas Van Hitimana

–             Doris, in ricordo di P. Dorino

–             Yannick, il cui significato è Dono di Dio